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| Almirante e Berlinguer, avversari di ieri. Storia di un confronto leale |
Di confronti e scontri nella vita politica Giorgio Almirante ed Enrico Berlinguer ne ebbero tanti.
Ma a dispetto della insuperabile rivalità ideologica, la loro onestà
intellettuale ed il bagaglio umano che li ha contraddistinti ci da modo
di constatare che è possibile legarli in una sorta di parallelismo che
ha come base un profondo rispetto reciproco.
Stima per l’avversario che Almirante esternò, a rischio della sua
incolumità, andando a rendere omaggio alla salma di Berlinguer a
Botteghe Oscure fra lo stupore di una immensa folla.
Il gesto fu ricambiato, quattro anni dopo, nel maggio 1988, da Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta alla morte del leader del MSI.
Proprio partendo dalla fine è più facile intendere quanto, le due figure
più opposte e carismatiche della politica italiana di quegli anni in
realtà si attraessero.
Non vi è mai stata una collaborazione e neanche un’ apertura dell’uno
nei confronti dell’altro ma di alcuni contatti verbali, privati e
riservatissimi, incentrati su argomenti di prioritaria importanza
nazionale se ne ha notizia.
Fu Massimo Magliaro, stretto collaboratore di Almirante, che in una
intervista rilasciata a Sebastiano Messina, confidò che nel biennio
1978-79, “mentre il piombo dei terroristi rossi e neri teneva l’Italia
sotto una cappa di terrore e di sangue”, i due uomini politici si
incontrarono, segretamente, per sei volte. Teatro del disgelo tra i due
simboli di PCI ed MSI fu una stanza all’ultimo piano del palazzo di
Montecitorio: “La prima volta – ricorda Magliaro – ebbi l’impressione
che si incontrassero per caso, che non ci fosse un appuntamento. Era un
venerdì sera, la Camera era ormai deserta e in quel corridoio che
portava alla commissione Esteri eravamo in quattro: Berlinguer e Tonino
Tatò da una parte, Almirante ed io dall’altra. I due segretari si
avvicinarono lentamente, si strinsero la mano con un sorriso un po’
timido e poi si appartarono dietro una porta, su un divano di pelle. Io e
Tatò restammo fuori, a discutere del più e del meno. Lui stava da una
parte, io dall’altra, lui era un rosso e io un nero, avevamo poco da
dirci: il tempo, il traffico, il campionato. Almirante e Berlinguer,
invece, potevano permettersi di allontanarsi per un’ora dalle rispettive
trincee e affrontare insieme, senza che nessuno lo sapesse, l’argomento
che ossessionava tutti e due: il terrorismo”. Questi colloqui si
tennero, tutti, di lunedì o venerdì, quando la camera era meno
frequentata, per rimanere segreti ai più. Adesso Magliaro pur svelando
dell’esistenza di questi contatti afferma di non aver mai saputo di cosa
avessero discusso i due segretari dato che l’unica confidenza che
ricevette da Almirante, al termine del primo incontro, fu anche l’ultima
e gli disse:” Quell’uomo è un avversario leale e corretto”
Durante quel periodo di lotta al nemico comune e trasversale chiamato
terrorismo i due leader si scambiarono talvolta attestati di stima. Dato
che Berlinguer aveva avuto il coraggio di schierarsi contro i
terroristi rossi, Almirante, riconoscendogliene pubblicamente il merito,
disse in un’intervista:”Voglio essere onesto, io non credo che il Pci
alimenti il terrorismo…”
Berlinguer rispose a tono a tanta apertura e con l’intenzione di porre
fine alla stagione di odio fra giovani di destra e sinistra si rese
protagonista di un gesto che fu molto apprezzato negli ambienti missini:
per rendere omaggio alla famiglia di Paolo di Nella, ragazzo ventenne,
ucciso a Roma mentre affiggeva manifesti del Fronte della Gioventù,
inviò questo telegramma: “il commosso compianto dei comunisti per il
vostro giovanissimo Paolo, vittima di una aggressione disumana.”
Non si trattava di un semplice telegramma di condoglianze ma aveva tono
di condanna e distacco totale del partito dalle frange violente.
Di questi incontri e della stima reciproca ha dato conferma anche la
vedova Almirante in un’intervista nella quale ci da anche uno spunto
evidenziandone una dote comune:” Sì, lo stimava moltissimo. Non è un
mistero che negli anni del terrorismo ebbero parecchi incontri
riservati. Per certi versi avevano lo stesso tipo di compostezza”.
Compostezza è un aggettivo insolito ai giorni nostri che sono colmi di
esasperazione, toni accesi ed eccessi. Questi due rivali storici che
sono nati politicamente con i loro partiti e ad essi sono rimasti fedeli
fino all’ultimo, superando ciascuno i quarant’anni di militanza, hanno
mostrato compostezza nel saper stare al meglio al proprio posto senza
sconfinamenti. Entrambi furono modelli perfetti di identificazione negli
ideali su cui si erano formati. Questi ideali, così netti e per questo
riconoscibili nella loro diversità oggi non ci sono più, ed è logica
conseguenza che la pacatezza e la statura morale di quegli uomini sia
rara se non sparita del tutto.
Paragonare la vita di Berlinguer con quella di Almirante sarebbe stato
davvero impossibile perché rileggendo i percorsi che li hanno portati a
quella stretta di mano ci si accorge che le loro strade non si sarebbero
potute mai incontrare senza il loro spessore umano. E’ comunque
naturale che, prima e dopo, il loro cammino sia stato parallelo, senza
punti di contatto.
Mi sembra giusto concludere con le parole e gli appellativi di stima con
cui entrambi sono immortalati nella memoria di chi li ha seguiti ed
apprezzati da una parte e dall’altra : Fini onorò la memoria di Giorgio
Almirante definendolo :”Un grande italiano” e “il leader della
generazione che non si è arresa”; Enrico Berlinguer, per i suoi, sarà
sempre “il più amato”.
(di Domenico OCCHIPINTI )